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L’ARIA CHE TIRA…. UN PO’ FUMOSA

In evidenza L’ARIA CHE TIRA…. UN PO’ FUMOSA

Molta roba sul fuoco in questi ultimi tempi, fate conto un bel falò nel quale si mette legna ad ardere senza risparmio e magari qualcuna non è buona e fa fumo, un bel fumo bianco e opaco che tutto avvolge.

L’unica cosa che è chiara e limpida è una cosa che nessuno dei protagonisti dice, l’unica cosa sulla quale non c’è dubbio è la motivazione principe per ogni decisione, fa nulla se sula pelle della gente o sul futuro prossimo del territorio. Così è infatti, che, grazie al “capacity market”, la transizione energetica verso le fonti sostenibili passa, per forza, attraverso il gas; e se no che la fanno a fare la Trans Adriatic Pipeline? Ma forse dico una stupidaggine, forse la TAP serve anche per altro. A me interessa, però, il fatto che il gas è sempre na cosa che brucia, che sputa roba incandescente nell'aria, e quando non la scalda perché esce fuori da macchinari e tubi a mo di spiffero, quando il metano si disperde intonso nell’aria, ci da una mano a cambiare il clima, già di per se balordo abbastanza. E’ di ieri o ieri l’altro la notizia delle morti italiane per catastrofi meteorologiche, pare che siamo nella parte alta della classifica, come siamo altrettanto nella parte bassa per virtuosità ambientale, tanto da meritarci le sanzioni europee, forse uscire dalla UE verrebbe bene per evitarle. Un po’ di titoli presi qua e la: “Rifiuti: 355 milioni di sanzioni per le violazioni delle norme europee“, “Ambiente, Italia ha pagato all'Ue 548 milioni in violazioni”, “Corte Ue condanna l'Italia per 44 discariche”. Vero, stavo parlando di gas, ma non c’è poi tanta differenza fra gas e monnezza, ci sono due cose che li accomunano profondamente, il business ed il fumo, due cose inscindibili. Anche i rifiuti producono fumo, ancor prima di essere discaricati o combusti, infatti il comune cittadino come me, assiste basito al rimpallo di responsabilità fra Regione Lazio e Roma, e vacci a capire, l’unica chiarezza la si può avere se si decide di credere all’uno o all’altro. A seguito della chiusura della discarica di Colleferro si è sviluppata una vicenda che ha del grottesco, al di la dei rimpalli di competenze. Una vicenda che ha dato lo spunto a foschi pensieri che vanno dall’ipotesi di un allargamento dell’attuale discarica all’inceneritore di A2A che incombe sui destini del territorio. Il tema è caldo, molto caldo, i sindaci scendono in campo e si incontrano, è di oggi il titolo sul telematico locale Big Notizie.it: “Rifiuti, i Comuni pensano di “mettersi in proprio”. Aperto un tavolo”. Ma per far cosa? Al momento è certo che i sindaci del territorio, tutti insieme, con tanto di fascia tricolore, hanno fermato un camion “romano” che aveva già scaricato il suo carico di monnezza e che se ne stava andando a casa. Può essere che, nel fumo” abbiano confuso il senso di marcia. Intanto, ritirata l’ordinanza della Raggi, c’è sempre la questione inceneritore. Il procedimento è ancora in piedi, nonostante tutti, da destra a sinistra si siano dichiarati fermamente contrari, non possiamo dire che “non si farà”. Veramente lo dicono un po’ tutti gli addetti ai lavori, ne sono tutti certi, ma sono parole di fumo poiché di certo e vincolante nulla c’è ancora su questa questione. Intanto, che la procedura prosegue, crescono le voci pro inceneritore: e allora Copenhagen? Non fosse bastata l’esperienza del “carbone pulito” c’è chi sostiene l’inceneritore a “impatto zero”, io dico che sempre di fumo si tratta. Ancora mi viene di paragonare la questione inceneritore, con il crematorio. A questo furono imposte restrizioni sui numeri, salvo poi consumarseli in sei mesi contando di risolvere, per gli altri sei, vincendo il ricorso avverso alla prescrizione sindacale...., pare l’abbiano perso. Faccio il paragone poiché nella capitale danese, l’inceneritore, che brucia monnezza anche se lo si chiama termovalorizzatore o impianto di recupero energetico, ha bisogno di bruciare molto più combustibile di quanto i rifiuti della città possano produrre, altrimenti non si reggerebbe in piedi dal punto di vista economico. Anche li le restrizioni fanno a cazzotti con le necessità economiche dell’impianto. Il sito “Zero Wast Europe” ha pubblicato un articolo su quell’impianto che titola: “A Danish fiasco: the Copenhagen incineration plant”, (Un fiasco danese: l’impianto di incenerimento di Copenhagen). Fra le varie cose si legge: “To function at full capacity would require the use of imported waste, which was initially prohibited. However, in 2016, the five municipalities that own Amager Bakke changed the original agreement to allow imported waste” (Per funzionare alla massima capacità, servirebbe importare rifiuti, cosa inizialmente proibita. Comunque, nel 2016, i cinque comuni proprietari del Amager Bakke - così si chiama - hanno cambiato l’accordo originario per permettere l’importazione di rifiuti). E mi pare pure giusto, chi investirebbe mai milioni di euro per bruciare quel po’ di monnezza che un comune residua dopo una virtuosa raccolta differenziata? A meno che non si creda alla emissione zero dei nuovi impianti, dovremmo davvero temere la realizzazione di un tale impianto. A meno che non sia il pretesto giusto per allentare l’attenzione sulla gestione virtuosa ed attenta dei rifiuti, sulla puntuale differenziata. Non ci credo, ma sto in campana. Gli interessi sono molti e importanti, sia che si estenda la discarica o che si faccia l’inceneritore, sono grandi abbastanza per prevalere su chi gli si para contro. Per il momento, l’aria….. è fumosa.

Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2019 16:33
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