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SI CHIAMAVA FILIPPO

 

Se avete un tumore dedicategli un party:

«Io non mi sento una sopravvissuta. La vita va celebrata sempre, festeggiare fa bene, fategli la festa al cancro»

Mariatolmina, io e Orticalab. Un giorno al mare ci hanno viste lavorare insieme allo stesso tavolo, una donna ci ha detto che siamo karmicamente destinate, anime che inevitabilmente si sarebbero incontrate. In effetti se scrivo qui e ora è soprattutto merito di Mariatolmina, l’anno in cui sono arrivata era quello del Premio Web Italia, il primo online per Orticalab. Ne sono passati già tre, la mia firma c’è sempre, Mariatolmina ha deciso invece di andare incontro ad un sogno nuovo.

Adesso l’allievo intervista il maestro, per me è comunque solo Mimma, è tante cose e molte vite come i gatti. Un’amica, la persona che mi ha insegnato quanto siano importanti le parole e come scrivere spesso riesca a salvarti la vita.

Le devo chiedere di Filippo, non è un parente e neanche un fidanzato, era il suo cancro, un linfoma di Hodgkin. L’ha chiamato come un compagno di scuola delle elementari, quello un po’ secchione, antipatico, che non vedi l’ora di mandare via perché è fastidioso. Non il mostro, lo stronzo o il nemico, solo Filippo, l’altro da sé.

«Uno non smette di vivere quando ha il cancro, io andavo a fare la chemioterapia, mi portavo dietro il computer e scrivevo - racconta Mimma- non ho mai subito la mia malattia, non ero il mio cancro, andavo dall’ematologo e contrattavo il tempo, spostavo la chemioterapia perché avevo una conferenza stampa. Non bisogna soccombere agli eventi, la propria vita esiste, è orientata e ostinata a guarire, ma non bisogna dimenticare se stessi. Si può avere una vita sociale da malata di cancro, perché avevo quello ed è importante parlarne e chiamarlo con questo nome, non deve essere più un tabù avere il cancro. Ancora oggi si parla di cancro negli articoli di giornale come male incurabile e altri termini patetici, io li trovo oltraggiosi e offensivi. Se muoio di cancro, voglio che si dica è morta di cancro, se ho il raffreddore non uso una perifrasi, non vedo perché non si possa dire: ciao, ho il cancro».

E lei ha fatto esattamente così, da quella mattina in cui ha sentito una fitta al collo e ha scoperto di avere un bozzo strano sulla clavicola destra, fino ai primi controlli e alla diagnosi: «Ho sempre pensato che ad un certo punto il mio corpo si sarebbe fermato, mi avrebbe chiesto di pensare a me. Non ho avuto quasi mai paura per tutto il tempo della terapia, ero spaventata prima della diagnosi, in balia di esami, ecografie, radiografie e medici che mi tastavano e mi sorridevano. Quando i medici ti sorridono è molto brutto, di solito mi liquidavano sempre con frasi tipo “non hai niente, devi dimagrire, sei grassa”. Quella volta nessuno l’aveva ancora detto e quindi mi sono preoccupata. Ho pensato: devo morire, mi sorridono tutti, sono tutti gentili con me. In quei tre giorni di attesa ho avuto paura, perché poteva essere qualsiasi cosa, per fortuna era un linfoma di Hodgkin che ha una percentuale di recidive bassissima e un alto tasso di possibilità di guarigione definitiva. Due miei amici avevano avuto la stessa malattia e stavano bene, Nanni Moretti lo racconta in Caro Diario ed era rassicurante sapere bene di cosa si trattava. Senza rabbia, pensare al cancro come ad un sollievo non dovrebbe capitare a nessuno, invece a me è successo, perché quando hai il cancro sai perfettamente a cosa devi pensare: devi fare la chemio, ti devi curare, sei concentrata sull’obiettivo e dimentichi subito il lavoro precario, l’amore, tutte le piccole cose che non vanno e ti perdoni delle mancanze, perché devi pensare solo a stare bene».

Dopo la diagnosi definitiva, arrivata a metà dicembre del 2005, dopo la biopsia ossea, la biopsia del linfonodo, la tac e la pet, arriva anche la data di inizio della chemioterapia che sarebbe durata sei mesi. Non ha urlato, non ha pianto, non ha messo in scena una tragedia, ha sospirato, era viva e voleva sapere cosa bisognava fare, ha stipulato un patto con Filippo che doveva necessariamente abbandonarla, non poteva vincere: «Avrei iniziato la chemioterapia il 4 gennaio, così il 27 dicembre ho deciso di dare un linfoma party, una festa preventiva, perché non sapevo come avrei reagito alla chemio, se avessi avuto voglia di festeggiare nei mesi a seguire. Un party che ricorda tutta la città, è stato bello, pieno di infiltrati che pensavano di essere ad un compleanno, le loro reazioni sono state divertentissime, facce a punto interrogativo, increduli: chi festeggerebbe un cancro? Forse solo io. Alla fine ho retto bene, anche se il mio corpo col passare del tempo reagiva sempre peggio. Non sono dimagrita ovviamente, ho preso venti chili, mi sono gonfiata, però dovevo fare la chemio, non potevo contestare, arrabbiandomi, qualcosa che mi stava curando. Avevo un linfoma al quarto stadio, abbastanza esteso a tutto il corpo, ma non mi sono mai sentita una malata. Ho tagliato subito i capelli cortissimi, continuavo a truccarmi, non ho mai indossato parrucche, al massimo qualche cappellino e dei foulard come Emma Bonino, andavo a fare la terapia da sola e tornavo a casa da sola, a piedi. Ecco curarsi a casa propria è stato importante, facevo la chemio nel laboratorio di ematologia al Moscati che era ancora a Viale Italia e devo ringraziare tutti in quel reparto: il Dottor Ronconi, ematologo che mi ha preso in cura insieme al Dottor Palmieri, il Dottor Iannace e le infermiere, ho capito allora che sono degli eroi, sottoposti a turni massacranti. Seguire i pazienti anche da un punto di vista psicologico, informarli sulle possibilità e sulle controindicazione delle terapie, spiegare cosa accadrà, partendo anche dalle cose più banali che ti possono aiutare ad essere meno malato possibile. La malattia è nelle piccole cose, dal non poter fare un caffè la mattina, fino ad accettare che il tuo corpo cambi. Loro con me hanno fatto questo, mi hanno reso partecipe di scelte che potevano migliorare la mia condizione di paziente, perché solo quando sei malato scopri davvero cosa voglia dire paziente, aspettare ore ed ore visite, analisi, è estenuante».

Assecondare, affidarsi e insieme combattere. Scrivere una bozza di monologo per il teatro insieme ad un’amica attrice napoletana Marcella Granito, partendo dalle riflessioni ironiche di quel periodo. Imparare a capire limiti nuovi, accettare la stanchezza, proteggersi senza smettere mai di vivere e divertirsi tanto: «A volte ero io a rassicurare gli altri, zii e amici ansiosi, più spaventati di me, dicevo che sarebbe andato tutto bene. Avere vicino una persona malata ha generato nelle persone reazioni molto simpatiche. Quando sento dire ho sconfitto il cancro, sopravvivo al cancro, penso che non mi piace questa terminologia melodrammatica, è una malattia molto comune, tanti bambini sono malati di cancro. Aurora che è una bambina di Terra dei fuochi deve fare a breve un trapianto di midollo, quando mi parlano di sopravvissuti, io penso a lei che sta passando l’infanzia tra interventi e ospedali con un coraggio incredibile che spesso non vedo negli adulti. Aiuta di più mettere nelle parole un po’ di leggerezza, è un aggressore che tenta di ucciderti, certo, ma io non mi sento una sopravvissuta. Noi sopravviviamo giorno dopo giorno ad una parte di noi che muore, io oggi ho una parte in meno rispetto a ieri, viviamo costantemente piccole morti di noi stessi. Per la malattia è la stessa cosa, penso che ci siano cose peggiori da superare. Non ho avuto grossi interventi, non mi hanno asportato il seno, non mi hanno aperto, svuotato, riempito, sono angosce che non posso immaginare. La cosa che spaventa di più è sempre quella che non conosciamo, bisognerebbe fare volontariato nel racconto delle esperienze, la conoscenza è vita, se ne parlasse tutti i giorni di cosa succede durante la chemio per evitare la paura. Sono passati quasi dieci anni, io sono guarita, perché si guarisce, dalla fine della chemio ho avuto la prima pet negativa esattamente un anno dopo e la prima cosa che ho fatto è stata il linfoma memorial party che continuo ad organizzare ancora oggi, per l’anniversario. La vita va celebrata sempre, festeggiare fa bene, fategli la festa al cancro».

 

 

Ultima modifica ilVenerdì, 21 Ottobre 2016 16:15
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